Porto di Ravenna: quando l’infrastruttura diventa piattaforma digitale

C’è un momento in cui un’infrastruttura smette di essere solo un nodo fisico e diventa una piattaforma.

Per il Porto di Ravenna, questo momento coincide con l’incontro tra evoluzione logistica, trasformazione digitale e visione istituzionale.

Non è un passaggio teorico, ma un cambiamento concreto che nasce da esigenze operative e si traduce in una strategia strutturata. Come spiega Andrea Minardi, Smart Port and Security Manager: «Il percorso verso un porto più digitale nasce dalla necessità di rendere i processi più efficienti e di creare un ambiente abilitante per l’innovazione tecnologica»

Un’infrastruttura critica al centro dell’economia

Ma andiamo con ordine. Il Porto di Ravenna non è un porto come gli altri. È l’unico scalo dell’Emilia-Romagna e un punto di riferimento per la manifattura del Centro-Nord, con una forte specializzazione nelle rinfuse solide, nei prodotti metallurgici e nelle materie prime per l’industria.

«È il porto di riferimento per tutta la manifattura regionale, in particolare per prodotti metallurgici, agricoli e materiali per l’edilizia», sottolinea Minardi.

La sua rilevanza è certificata anche a livello europeo: inserito tra i core port delle reti TEN-T, rappresenta un nodo strategico per i corridoi logistici continentali.

Ma il punto non è solo economico. Il porto è classificato come infrastruttura critica, soggetto alle normative europee sulla sicurezza. Questo cambia completamente la prospettiva.

«Non siamo un’azienda qualsiasi: siamo un’infrastruttura essenziale. Ogni scelta tecnologica ha un peso istituzionale preciso», evidenzia Angelo Mazzotti, dirigente per la transizione digitale e sostenibilità.

L’inizio: digitalizzare per necessità

Il percorso di trasformazione parte da una spinta concreta: la digitalizzazione delle pratiche doganali. Da qui nasce il Port Community System, piattaforma per la condivisione dei dati tra operatori.

«Abbiamo iniziato nel 2011 con il Port Community System per rispondere a un’esigenza reale: digitalizzare le formalità doganali e facilitare lo scambio di dati tra operatori», racconta Minardi.

Ma il vero impatto è culturale.

«Pensare agli operatori come una comunità che collabora, e non solo come soggetti in competizione, è stato un cambio di paradigma».

La digitalizzazione diventa così un’occasione per ripensare processi consolidati, eliminare inefficienze e costruire le basi per un ecosistema più integrato.

La sicurezza come driver tecnologico

Il secondo grande acceleratore è la sicurezza. Dopo l’11 settembre, i porti vengono riconosciuti come punti sensibili per la sicurezza nazionale. A Ravenna questo significa costruire una rete capace di controllare un territorio esteso e complesso.

«Abbiamo dovuto realizzare una rete IT privata per coprire un porto-canale lungo 14 km, con circa 300 varchi tra cancelli, tornelli e sistemi di accesso», spiega Minardi.

Inizialmente basata su ponti radio, questa infrastruttura evolve nel tempo fino a diventare una dorsale in fibra ottica di oltre 30 km, completamente ridondata.

È in questa fase che il contributo di IFIConsulting diventa determinante.

«La collaborazione con partner come IFI è fondamentale: da soli non potremmo realizzare questa visione», sottolinea Minardi.

E aggiunge Emanuele Caldari, Corporate & Public Sector Account Manager di IFIConsulting:

«Il nostro ruolo è accompagnare il cliente non solo nella tecnologia, nella scelta di prodotti, soluzioni e servivi ma nella costruzione di un ecosistema resiliente e capace di evolvere nel tempo».

Il salto: la rete privata 5G

Oggi il porto è nel pieno di un nuovo salto evolutivo: la realizzazione di una rete privata 5G.

«Stiamo realizzando una rete 5G stand-alone che coprirà oltre 30 km²: sarà un’infrastruttura abilitante per installare sensori e dispositivi ovunque, senza vincoli fisici», racconta Minardi.

Il punto non è la tecnologia in sé, ma ciò che rende possibile.

«Il 5G ci permette di installare dispositivi dove ci servono, non solo dove arriviamo con una rete cablata. È un cambio di paradigma».

E qui emerge chiaramente la visione strategica dell’Autorità Portuale.

«Quello che realizziamo deve essere messo a disposizione degli operatori per abilitarli a innovare», continua Minardi. Mazzotti rafforza il concetto: «Il nostro ruolo è essere un soggetto abilitante. Non facciamo noi l’innovazione per tutti, ma creiamo le condizioni perché gli operatori possano farla»

Un ecosistema che si autoalimenta

Questo approccio si traduce in servizi concreti: sistemi di prenotazione per i camion, condivisione dei dati ferroviari, piattaforme per ottimizzare l’ingresso delle navi.

«Un porto moderno è quello che fornisce previsioni affidabili, ottimizza le risorse e valorizza i dati», spiega Minardi. L’impatto è immediato: maggiore efficienza, riduzione dei tempi di attesa, minori emissioni. Ma soprattutto, si attiva un circolo virtuoso.

«Le infrastrutture che realizziamo amplificano la capacità di innovazione dei privati», sottolinea Mazzotti. «Se un operatore vuole introdurre gru a guida autonoma o nuovi sistemi avanzati, trova già le condizioni tecnologiche per farlo».

Cybersecurity e resilienza: la base invisibile

Tutto questo poggia su una base imprescindibile: la sicurezza. «Ogni innovazione è accompagnata da investimenti in cybersecurity: dobbiamo essere in grado di monitorare, prevenire e rispondere rapidamente agli attacchi», spiega Minardi.

In questa evoluzione rientra anche l’adozione di un’architettura Edge SDN (Software Defined Network) e della micro-segmentazione applicativa, che hanno trasformato la rete da semplice elemento di connettività a piattaforma intelligente di sicurezza. Attraverso la definizione di Security Zone e il controllo dei flussi applicativi tra sistemi IT, OT e IoT, è stato possibile applicare il principio del “least privilege”: ogni servizio comunica esclusivamente con ciò che è realmente necessario. Un approccio che riduce la superficie di attacco, limita i movimenti laterali in caso di compromissione, aumenta la resilienza dell’infrastruttura e garantisce la continuità operativa, creando le condizioni per innovare in sicurezza senza compromettere affidabilità e disponibilità dei servizi.

Non è un’opzione, ma una responsabilità. «Siamo classificati come soggetto essenziale: questo significa che resilienza e sicurezza non sono accessorie, ma strutturali» aggiunge Mazzotti.

Caldari sintetizza perfettamente questo equilibrio:

«Da un lato costruiamo resilienza, dall’altro abilitiamo innovazione. Tecnologie come Edge SDN e la micro-segmentazione applicativa consentono di proteggere i servizi critici applicando il principio del least privilege, senza rallentare l’evoluzione digitale dell’infrastruttura. Sono due dimensioni che devono crescere insieme.»

Oltre la tecnologia: una visione sistemica

Il caso del Porto di Ravenna dimostra che la trasformazione digitale non è solo un tema tecnologico, ma organizzativo e istituzionale. Non si tratta “solo” di introdurre strumenti, ma di costruire una piattaforma viva, agile, in continua evoluzione al servizio degli utenti.

«L’obiettivo è creare un porto che abiliti tutta la comunità a innovare», conclude Minardi.

In questa prospettiva, anche progetti futuri e collaborazioni interportuali – come evoluzioni del modello sviluppato – rappresentano un’estensione naturale di un percorso già avviato.

Da infrastruttura a sistema intelligente

Il Porto di Ravenna oggi è molto più di un nodo logistico. È un’infrastruttura intelligente che integra dati, sicurezza e connettività per generare valore.

Un modello in cui pubblico e privato collaborano, in cui la tecnologia è un mezzo e non un fine, e in cui l’innovazione diventa un patrimonio condiviso.

Ed è forse proprio qui la sintesi migliore, nelle parole di Mazzotti:

«Non stiamo solo digitalizzando il porto. Stiamo costruendo le condizioni perché il porto evolva continuamente»