Human factor e sicurezza:
perché le persone restano l’anello debole?
Da tempo un detto, ormai abusato, domina molte discussioni nelle stanze che contano di team e manager IT, CIO e CISO:
“La minaccia più letale per un’impresa è ciò che sta tra la sedia e il monitor.”
Al di là delle provocazioni, nel panorama della cybersecurity contemporanea esiste una costante che continua a rappresentare il principale punto di vulnerabilità.
Ed è proprio il fattore umano.
Viviamo immersi in tecnologie sempre più complesse, in strumenti digitali onnipresenti e in un’evoluzione continua che coinvolge vita privata e professionale, a ogni livello.
È questa la tempesta perfetta che porta lo human factor — o fattore H — al centro di qualsiasi riflessione sul digitale e, soprattutto, sulle strategie di sicurezza.

Non a caso, nonostante investimenti in cybersecurity in costante crescita, gli incidenti continuano ad aumentare.
Nella maggior parte dei casi, la causa è riconducibile a comportamenti, errori o mancanza di consapevolezza delle persone.
Consapevolezza e velocità: un equilibrio difficile
Coltivare consapevolezza oggi è sempre più complesso.
Strumenti e piattaforme rivoluzionarie, ma potenzialmente molto pericolose, si diffondono con estrema rapidità nella vita privata e, inevitabilmente, entrano anche in azienda.
Un dato è emblematico: oltre il 74% degli utenti di ChatGPT lo utilizza nella versione gratuita anche per lavorare, spesso con livelli di controllo molto bassi da parte delle imprese.
Le evidenze provenienti da fonti autorevoli — Rapporto Clusit, IDC e Osservatori del Politecnico di Milano — convergono su un punto chiave: la tecnologia da sola non basta.
Senza una gestione efficace del fattore umano, qualsiasi strategia di sicurezza resta incompleta.
Incidenti in crescita: un problema noto, ma ancora attuale
Secondo il Clusit, oltre il 40% degli attacchi cyber monitorati dal 2019 a oggi si è verificato solo nell’ultimo anno.
Di questi, più dell’80% ha avuto un impatto critico sulla continuità operativa delle imprese colpite.
Un dettaglio non secondario: nella maggior parte dei casi si tratta di ransomware, ovvero attacchi noti da oltre un decennio.
Questo dato ci dice una cosa molto chiara.
Il problema non è la mancanza di strumenti, ma il modo in cui persone, processi e tecnologie interagiscono tra loro.
Il fattore umano come principale vettore di rischio
Il recente Rapporto Clusit 2026 evidenzia come la componente umana sia coinvolta in una percentuale significativa degli incidenti cyber, sia come causa diretta, sia come elemento abilitante.
Le modalità di attacco più diffuse restano:
- phishing;
- social engineering;
- utilizzo improprio delle credenziali;
- comportamenti non sicuri.
Gli attaccanti hanno compreso un principio fondamentale: è spesso più semplice aggirare una persona che violare un sistema.
Le campagne moderne sono sempre più mirate e personalizzate.
Sfruttano leve psicologiche come urgenza, fiducia e autorità per indurre le vittime a compiere azioni rischiose.
IDC sottolinea inoltre come la diffusione del lavoro ibrido abbia ampliato ulteriormente la superficie di attacco legata alle persone, rendendo più difficile controllare e proteggere i comportamenti individuali.
Perché la formazione tradizionale non è più sufficiente
Per anni le organizzazioni hanno risposto al problema del fattore umano quasi esclusivamente con attività di formazione.
I risultati, però, dimostrano che questo approccio non è più sufficiente.
La formazione rimane spesso:
- troppo teorica;
- poco ingaggiante;
- scollegata dal contesto operativo reale.
Le persone dimenticano rapidamente quanto appreso o non riconoscono una situazione di rischio nel momento in cui si presenta.
Gli Osservatori del Politecnico di Milano parlano chiaramente della necessità di evolvere verso modelli di security awareness continui, integrati nei processi aziendali e capaci di modificare realmente i comportamenti.
L’impatto dell’AI sugli attacchi basati sul fattore umano
L’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente anche il modo in cui vengono realizzati gli attacchi basati sul fattore umano.
Se da un lato offre strumenti avanzati di difesa, dall’altro consente agli attaccanti di:
- creare email perfettamente scritte;
- realizzare deepfake vocali sempre più credibili;
- personalizzare i messaggi su larga scala.
L’AI riduce drasticamente quegli errori che in passato permettevano di riconoscere un attacco.
La pressione sulle persone aumenta, così come la difficoltà nel distinguere ciò che è legittimo da ciò che non lo è.
Secondo IDC, questo scenario rende indispensabile un cambio di paradigma.
Le persone non possono più essere considerate solo un “punto debole”, ma devono diventare parte attiva del sistema di difesa.
Costruire una cultura della sicurezza: da rischio a risorsa
Il vero salto di qualità avviene quando il fattore umano smette di essere visto esclusivamente come un rischio.
Diventa, invece, una risorsa strategica.
Questo richiede un cambiamento culturale profondo, che coinvolge l’intera organizzazione.
La sicurezza deve essere percepita come parte integrante del lavoro quotidiano, non come un vincolo imposto dall’alto.
Le persone devono comprendere il valore delle proprie azioni e l’impatto che possono avere sulla protezione dell’azienda.
Le organizzazioni più mature adottano approcci integrati che combinano:
- strumenti di supporto ai comportamenti sicuri:
- formazione continua;
- simulazioni di attacco;
- comunicazione interna strutturata.
Governance, processi e responsabilità: il ruolo dell’organizzazione
Affrontare il fattore umano non significa solo formare le persone, ma anche progettare processi e sistemi che riducano la probabilità di errore.
Questo include la definizione chiara di ruoli e responsabilità, l’adozione di principi come il “least privilege”, l’automazione dei controlli e l’introduzione di meccanismi che facilitino comportamenti sicuri.
Gli Osservatori del Politecnico sottolineano come la governance della sicurezza debba includere esplicitamente la dimensione umana, integrandola nelle strategie di risk management.
Verso una sicurezza realmente efficace
In un contesto in continua evoluzione, la sicurezza non può essere affidata esclusivamente alla tecnologia.
Le persone restano un elemento centrale, nel bene e nel male.
Le organizzazioni che investono in modo strutturato sul fattore umano ottengono risultati migliori in termini di riduzione degli incidenti e capacità di risposta.
La sfida non è eliminare l’errore umano — impossibile per definizione — ma costruire sistemi resilienti, in cui l’errore non si trasformi automaticamente in incidente.
IFIConsulting: trasformare il fattore umano da vulnerabilità a leva strategica
Gestire il fattore umano in ambito cybersecurity richiede competenze multidisciplinari.
Tecnologia, psicologia, formazione e governance devono convergere in un approccio integrato.
IFIConsulting supporta le organizzazioni in questo percorso, aiutandole a progettare e implementare strategie evolute che mettono le persone al centro della sicurezza.
Attraverso programmi di awareness avanzati, modelli di governance strutturati e un team di esperti certificati, IFI accompagna le aziende nel passaggio da una logica reattiva a una visione proattiva e consapevole.
Perché oggi la vera sicurezza non è solo una questione di tecnologia.
È soprattutto una questione di persone.
Ed è proprio sulle persone, sul loro valore, sul loro talento che IFI fa la differenza sul territorio grazie ad un team di esperti certificati a vostra completa disposizione.
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