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  • Fri, 19 Apr 2019 09:22:27 +0000: IoT, il mercato italiano cresce del 35% e tocca i 5 miliardi di euro - 01net
    IoT Osservatorio Internet of Things PoliMI

    Il mercato IoT italiano, dell’Internet of Things, continua a crescere a ritmi sostenuti anche nel 2018. Ha raggiunto il valore di 5 miliardi di euro, con un aumento del 35% rispetto al 2017.

    Il mercato IoT italiano è stato spinto sia dalle applicazioni che sfruttano la “tradizionale” connettività cellulare (2,8 miliardi di euro, +27%). Sia da quelle che utilizzano altre tecnologie di comunicazione (2,2 miliardi, +47%).

    La crescita del mercato italiano è in linea con quella degli altri paesi occidentali, dove oscilla fra il +25% e il +40%. Trainata soprattutto dai servizi abilitati dagli oggetti connessi che coprono ormai il 36% del mercato. Pari a 1,8 miliardi di euro e in aumento del 44% rispetto all’anno precedente.

    Utility, auto e edifici intelligenti e connessi

    Le soluzioni di Smart Metering e Smart Asset Management per le utility si confermano il principale segmento dell’Internet of Things. Con il 28% del mercato e un valore di 1,4 miliardi di euro (+45%). Ciò, per effetto soprattutto degli obblighi normativi che hanno portato all’installazione nel 2018 di 4 milioni di contatori del gas connessi. Nonché di 5,2 milioni di contatori elettrici intelligenti di seconda generazione.

    IoT Osservatorio Internet of Things PoliMIIl secondo ambito più sviluppato è costituito dalle Smart Car, che valgono poco più di 1 miliardo e rappresentano il 21% del mercato (+37%). Con 14 milioni di veicoli connessi, un terzo del parco auto circolante in Italia. I veicoli connessi sono nel 69% dei casi dotati di box GPS/GPRS per la localizzazione e la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative. Ma la crescita è trainata principalmente dalle auto nativamente connesse (31%). Il 70% dei veicoli immatricolati nel 2018 è dotato di sistema di connessione SIM o Bluetooth fin dalla produzione.

    Seguono le applicazioni per lo Smart Building (600 milioni di euro, +15%). Principalmente per la videosorveglianza e la gestione dei consumi energetici all’interno dell’edificio, le soluzioni IoT per la logistica utilizzate per la gestione delle flotte aziendali e per antifurti satellitari (465 milioni, +29%) e le soluzioni per la Smart City (395 milioni, +24%). Poi viene la Smart Home (380 milioni), l’ambito con la crescita più elevata, pari al +52%. Le applicazioni di Smart Asset Management (270 milioni, 25%), la Smart Factory (250 milioni, +40%) e l’agricoltura smart (100 milioni di euro, 2% del mercato).

    Soluzioni IoT in continuo sviluppo

    L’offerta di soluzioni IoT è molto dinamica e in continuo sviluppo anche grazie alle startup. Sono 665 le nuove imprese innovative attive a livello internazionale. Di cui 540 finanziate da investitori istituzionali, per un totale di 13,5 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti nel triennio 2016-18. E un investimento medio di 43 milioni di dollari nel 2018 (+67% rispetto al 2017, +114% rispetto al 2016).

    Quelli presentati sono i principali risultati della Ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

    “Il mercato italiano dell’Internet of Things è in pieno sviluppo: prosegue a ritmi sostenuti la crescita del mercato in termini di valore e maturità dell’offerta, evolvono le tecnologie e si espandono le reti di comunicazione LPWA (Low Power Wide Area) a cui si affiancano le sperimentazioni 5G. Proliferano le startup e nascono nuove opportunità di mercato, ad esempio con In-Thing purchase e approcci design-driven.” Ha affermato Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things.

    “In un mercato in grande fermento diventa sempre più strategica la capacità di estrarre valore dai dati raccolti. I dati possono infatti abilitare nuove opportunità di business per le imprese e permettere di integrare l’offerta con nuovi servizi a valore aggiunto. Proprio i servizi rappresentano un forte traino per il settore IoT, con il 36% del mercato. Accanto a servizi ‘semplici’ e consolidati, come la gestione dei dati in cloud, affiorano alcune applicazioni più evolute, come la manutenzione predittiva dei macchinari all’interno delle fabbriche o il monitoraggio dello stato di occupazione dei singoli parcheggi in città.” Ha aggiunto Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things.

    Crescita e previsioni

    I segmenti che registrano la crescita più significativa sono la Smart Home (+52%), trainata dagli speaker per la casa connessa. E l’Industrial IoT (+40%), grazie anche agli incentivi previsti dal Piano Nazionale Industria 4.0.

    Crescono del 25% le applicazioni di Smart Asset Management in contesti diversi dalle utility, principalmente per il monitoraggio di gambling machine utilizzate per il gioco d’azzardo, di ascensori e distributori automatici. Anche la Smart City registra un buon tasso di crescita (+24%). Con applicazioni consolidate come la sicurezza, il trasporto pubblico, l’illuminazione e nuovi progetti di raccolta rifiuti, gestione dei parcheggi e monitoraggio dei parametri ambientali.

    Secondo le previsioni dell’Osservatorio, la crescita del mercato italiano IoT continuerà anche nel 2019. Concentrata prevalentemente nei segmenti Smart Metering, Smart Car, Smart Home e Industrial IoT. Nei prossimi mesi saranno installati altri 4 milioni di smart meter gas e 5,8 milioni di contatori elettrici di seconda generazione. Inoltre, a partire dalla fine del 2020 anche i contabilizzatori di calore di nuova installazione dovranno essere gestibili da remoto e dal 2027 l’obbligo riguarderà tutti i contatori in uso.

    Smart car e smart home

    L’Osservatorio prevede una crescita significativa anche delle Smart Car. Con l’entrata in vigore da marzo 2018 per le nuove omologazioni dell’obbligo legato all’eCall (l’allerta automatica per attivare servizi di soccorso in caso di incidente). Nonché per l’offerta dei nuovi servizi abilitati dalla connettività, come la manutenzione preventiva basata sul monitoraggio dei componenti. E l’integrazione degli smart speaker nelle auto, che consentiranno agli utenti di interagire con il proprio veicolo tramite la voce. Sul fronte della guida autonoma siamo invece ancora in fase sperimentale. Modena e Torino sono tra le prime città che, nel corso del 2018, hanno permesso alle aziende di iniziare a testare anche in Italia queste soluzioni.

    Gli assistenti vocali saranno anche il principale motore della crescita delle soluzioni per la Smart Home. Con grandi investimenti in marketing promossi dall’arrivo sul mercato degli OTT. E con l’effetto traino sulla vendita di altri oggetti smart per la casa.

    L’Industrial IoT, infine, beneficerà degli incentivi per formazione, super ammortamento e iper ammortamento previsti nell’ultima legge di Bilancio. Con un’attenzione spostata però dalle grandi imprese alle Pmi, che finora ne hanno sfruttato meno i vantaggi fiscali. Nel 2019 si prevede anche un’evoluzione dei progetti avviati dalle grandi imprese, soprattutto in termini di utilizzo dei dati raccolti, ancora poco sfruttati rispetto al loro potenziale.

    Industrial IoT

    Il 95% delle imprese ha sentito parlare almeno una volta di soluzioni IoT per l’Industria 4.0. Ma il reale livello di conoscenza è ancora limitato (con un punteggio di 6,5 su 10) e insufficiente fra le Pmi (5 su 10).

    È quanto emerge dal sondaggio condotto dall’Osservatorio Internet of Things su 129 aziende italiane. Anche il livello di diffusione dei progetti cambia a seconda della dimensione aziendale. Il 58% del campione ha avviato almeno un progetto di Industrial IoT nel triennio 2016-2018. Ma la percentuale sale al 73% fra le medie e grandi aziende e scende al 29% fra le piccole.

    Le applicazioni più diffuse sono legate principalmente alla gestione della fabbrica (Smart Factory, 62% dei casi). Per il controllo in tempo reale della produzione e la manutenzione preventiva o predittiva.

    Sono seguite da quelle a supporto della logistica (Smart Logistics, 27%), focalizzate sulla tracciabilità dei beni internamente al magazzino e lungo la filiera. E dallo Smart Lifecycle (11%), per l’ottimizzazione del processo di sviluppo di nuovi modelli e aggiornamento prodotti.

    Più della metà dei progetti (58%) si trova ancora in fase pilota o di analisi preliminare. Una delle principali direzioni di sviluppo dell’Industrial IoT è l’analisi e gestione dei dati raccolti, ma soltanto il 33% del campione ha già iniziato a farlo (e chi lo fa è sempre soddisfatto dei benefici).

    L’Industrial Internet of Things in Italia

    I principali fattori che spingono le aziende ad avviare progetti di Industrial IoT sono la possibilità di ottenere benefici di efficienza (75%) e di efficacia (58%). Ma sono ancora tante le aziende che indicano come barriere all’adozione la mancanza di competenze (59%) e la capacità di comprendere a priori il valore delle soluzioni offerte (51%).

    Nonostante ciò, solo il 39% delle imprese intende sviluppare in futuro competenze IoT al proprio interno attraverso l’assunzione di personale specializzato. Oppure attraverso opportuni programmi di formazione indirizzati ai dipendenti già presenti in azienda.

    Al terzo posto tra i fattori che spingono le aziende all’avvio dei progetti, gli incentivi del Piano Nazionale Industria 4.0 (45%). Questo ha svolto negli ultimi due anni un’importante funzione di acceleratore per gli investimenti in digitalizzazione delle imprese.

    “L’Industrial Internet of Things in Italia è in grande crescita, ma il percorso è ancora agli inizi. Occorre lavorare di più sulle piccole imprese, che devono trovare la giusta chiave di lettura per l’adozione di soluzioni I-IoT. Le aziende poi devono ancora comprendere come analizzare al meglio i dati raccolti e riuscire a costruire su di essi servizi a valore aggiunto, anche se stanno nascendo alcuni progetti interessanti.” Analizza Giovanni Miragliotta, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Internet of Things.

    La Smart City in Italia

    Oltre un comune italiano su tre (il 36%) ha avviato almeno un progetto di Smart City negli ultimi tre anni (2016-2018). In calo del 15% rispetto al triennio 2014-2016. L’80% dei progetti si ferma alla fase di sperimentazione. Ma allo stesso tempo emerge la volontà di adottare soluzioni più innovative, che portino benefici tangibili per le comunità. È quanto rivela il sondaggio condotto dall’Osservatorio su 112 comuni italiani con più di 15mila abitanti.

    “La Smart City in Italia mostra timidi segnali di risveglio: anche se complessivamente diminuisce il numero di progetti avviati, questi divengono più robusti e innovativi, con iniziative più strutturate, avviate con un approccio integrato e con progetti che vedono la collaborazione di diversi comuni. Pubblico e privato devono fare gioco di squadra per rendere le città più intelligenti. La creazione di opportuni ecosistemi che generino valore per l’intera comunità è il vero snodo cruciale su cui fare leva per il rilancio della Smart City in Italia.” Ha commentato Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things.

    La mancanza di competenze è un ostacolo

    La mancanza di competenze è la prima barriera all’avvio di progetti di Smart City, indicata dal 65% del campione. Seguita dalla carenza di risorse economiche (62%).

    I comuni conoscono poco le novità tecnologiche e non hanno consapevolezza di come poterle sfruttare nell’offerta di servizi di valore. Il 60% non sa dell’esistenza di reti IoT LPWA, adatte per le loro caratteristiche a supportare applicazioni per la Smart City.

    La terza barriera più frequente è la difficoltà di coordinamento tra i diversi attori coinvolti all’interno di un progetto Smart City (27%). La governance risulta spesso complessa. L’alternarsi di amministrazioni diverse nell’arco di pochi anni e la presenza di una moltitudine di enti proprietari degli asset presenti sul territorio rendono complicata la collaborazione tra attori eterogenei, pubblici e privati.

    Da un’analisi su 22 comuni e 43 aziende, inoltre, emerge come il livello di maturità dei comuni sia giudicato ancora insufficiente nel 97% dei casi. Con un divario molto ampio rispetto alla maturità degli operatori dell’offerta (sufficiente nel 47% dei casi). Inoltre, i comuni faticano a utilizzare le informazioni raccolte sia internamente (il 78% segnala che i dati raccolti non sono rielaborati) sia esternamente (l’80% indica che non è presente alcuna forma di collaborazione con attori privati).

    Le tecnologie per l’IoT

    I protocolli di comunicazione a corto raggio evolvono lentamente e si diffondono sul mercato con soluzioni eterogenee senza che emerga uno standard prevalente. Più rapida l’evoluzione e la diffusione delle tecnologie di connettività a lungo raggio. Con le soluzioni LPWA che puntano sempre più sull’ampliamento del portafoglio di prodotti e servizi supportati, come la geolocalizzazione dei dispositivi senza l’ausilio del GPS. Gli operatori telco stanno invece concentrando i loro sforzi sull’aumento della copertura delle reti NB-IoT e sulla sperimentazione del 5G.

    “La strada verso l’interoperabilità è ancora lunga, anche se si stanno delineando alcune alternative promettenti che passano dal cloud, da framework applicativi definiti da alleanze e consorzi, oltre che da sistemi operativi embedded. La diffusione degli assistenti vocali ha spinto negli ultimi mesi diversi produttori di dispositivi connessi a rendere compatibili i loro sistemi con Amazon Alexa e Google Home, servizi cloud di terzi e piattaforme IoT, facendo nascere ecosistemi composti da dispositivi IoT multi-vendor, che costituiscono il primo passo verso una completa integrazione tra dispositivi eterogenei. Tale approccio presenta però alcuni limiti, come la dipendenza dalla connettività Internet e la limitata profondità dell’integrazione.”  Ha commentato Antonio Capone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Internet of Things.

    Oltre alla Smart Home, anche altri ambiti IoT stanno diventando terreno di conquista degli assistenti vocali. Con l’obiettivo di estendere l’accesso ai servizi anche al di fuori delle mura domestiche. Amazon, ad esempio, ha introdotto sul mercato Echo Auto, che usa l’applicazione Alexa sullo smartphone per la connettività, collegandosi all’impianto audio dell’automobile per la riproduzione via Bluetooth o tramite cavo. Google sta invece puntando a una integrazione nativa del suo assistente vocale con i sistemi di intrattenimento presenti a bordo delle automobili, lavorando su partnership con le principali case automobilistiche.

    IoT e intelligenza artificiale

    Sono sempre più numerose le soluzioni IoT che integrano piattaforme avanzate di analisi di dati e algoritmi di intelligenza artificiale molto evoluti.

    L’Intelligenza Artificiale può giocare un ruolo fondamentale nel mercato IoT. Aprendo nuove opportunità di valorizzazione dei dati raccolti con l’obiettivo di anticipare i bisogni di aziende e consumatori. In primo luogo, l’intelligenza artificiale può agire all’interno degli oggetti connessi, migliorandone le funzionalità e aumentandone l’autonomia decisionale grazie alla maggiore potenza di calcolo.

    I sistemi di intelligenza artificiale, prosegue l’analisi dell’Osservatorio, consentono inoltre di semplificare l’interazione tra l’utente e gli oggetti intelligenti attraverso l’uso della voce. Con la possibilità di introdurre gli assistenti vocali in molte applicazioni, dalla casa all’auto.

    L’intelligenza artificiale può infine diventare un supporto gestionale in molti contesti. Fungendo da centro di controllo per governare ad esempio il traffico in una città o la gestione di una fabbrica.

    Maggiori informazioni sull’attività dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano sono disponibili a questo link.

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  • Fri, 19 Apr 2019 07:21:29 +0000: Startup, la tecnologia francese punta su Milano - 01net

    Milano è una delle 48 French Tech Community al mondo, insieme a San Francisco, New York, Tokyo, Londra, Berlino, Barcellona, Tel Aviv e Shanghai.

    Il governo francese ha lanciato il programma French Tech a fine 2013 per sostenere lo sviluppo delle startup ad alto potenziale, stimolare e sostenere la crescita economica e l’occupazione.

    La French Tech è dunque un’iniziativa di portata mondiale che si basa sulle aziende, che contribuisce a fare della Francia un Paese dove le startup possono nascere, crescere e diventare aziende di successo.

    French Tech Milan è dunque un ecosistema che riunisce imprenditori e manager di aziende sia tecnologiche sia cross-industry, investitori, associazioni, incubatori e acceleratori, al fine di favorire il confronto, lo scambio e la collaborazione reciproca sul tema dell’innovazione e delle startup in Italia e Francia.

    Obiettivo è federare i membri dell’ecosistema digitale in Italia e Francia, creando connessioni e opportunità fra aziende tradizionalmente separate, ma accomunate dal loro impegno su digital transformation e internazionalizzazione, quale leva di crescita e di competitività.

    La presentazione della community French Tech a Milano con Emmanuel Becker, Roberto Lisca e Dionigi Faccenda, ospiti del palazzo Bnp Paribas

    Il programma French Tech è diretto dal Ministero dell’Economia francese, finanziato nell’ambito del Programma d’Investimenti per il Futuro, e sostenuto dai soci fondatori Bpifrance, Business France, la Caisse des Dépôts et des Consignations, il Ministero degli Affari Esteri, la Direzione Generale del Tesoro e la Direzione Generale delle Imprese presso il Ministero dell’Economia.

    Qualche dato. La Francia ha più di 10 000 startup. Quelle riconosciute con l’etichetta Pass French Tech, registrano una crescita globale del loro fatturato del +215%, danno lavoro a oltre settemila persone in Francia e nel mondo, con previsioni di creazione di nuovi posti nell’ordine del 66%.

    Milano è anni la capitale italiana dell’innovazione, con un numero sempre crescente di startup e di scaleup. Fra queste sono sempre più numerose o le aziende tecnologiche francesi che scelgono Milano come città dove investire, aprire una sede e presidiare un mercato in forte sviluppo.

    A oggi le attività di French Tech Milan hanno permesso di effettuare una mappatura delle aziende French Tech presenti in Italia, di cui il 99% a Milano.

    Si tratta di oltre 80 realtà, con profili eterogenei sia per dimensione che per presenza sul mercato, con attività che vanno dal digital marketing all’ecommerce, dal cloud all’IOT, dai servizi IT alle telco, dalla fintech al retail tech, fino alla sharing economy.

    Dionigi Faccenda di Ovh

    French Tech Milan è guidato da un board composto da: Dionigi Faccenda di Ovh (President), Emmanuel Becker di Equinix (Vice President) Roberto Liscia di Netcomm, Andrea Bovarini di Commanders Act, Laura Colnaghi di Ludilabel Italia, Alessandro Cremonini di Sigfox, Francesco Ecclesie di Le Wagon, Fabiano Lazzarini di Qwant, Luca Mastroianni di Prestashop, Marco Micozzi di Toucan Toco, Andrea Saviane di BlaBlaCar, Clara Sauzet di Veepee, Philippe Tandeau de Marsac di Grandenov, Paola Trecarichi di HiPay.

    Gli attori costituzionali coinvolti sono il Servizio Economico dell’Ambasciata di Francia in Italia, Business France Italia, la Camera di Commercio France-Italie

    French Tech Milan si pone gli obiettivi di organizzare l’ecosistema, creando in Italia una community di imprese, investitori, attori pubblici e privati in grado di affrontare le sfide del mercato e coglierne le opportunità; facilitare l’ingresso di nuove aziende innovative French Tech, sostenere il loro sviluppo e rafforzare la loro presenza sul mercato italiano; incentivare ogni forma di collaborazione italo-francese in grado di supportare l’imprenditoria e le startup e accompagnare le imprese tradizionali nella loro digitalizzazione; favorire forme di finanziamento incrociato di startup francesi e italiane.

    French Tech Milano parteciperà al Netcomm Forum del 29 e 30 maggio e ai French Tech Days del 15 e 16 ottobre, che si terranno per la prima volta in Italia, a Milano: sessioni di mentoring, presentazioni di mercato, incontri con grandi aziende e startup italiane e momenti di networking.

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  • Fri, 19 Apr 2019 07:03:06 +0000: Dispositivi IoT, i cavalli di Troia dell’era digitale - 01net

    Dall’antica Grecia una lezione IoT: dopo dieci anni di guerre i Troiani pensarono che il cavallo loro donato fosse un segno della loro vittoria e lo portarono in casa, con le conseguenze che la storia ben conosce. Secondo recenti statistiche, i Trojan informatici sono ancora molto diffusi, ma la maggioranza degli utenti Internet, sa bene quale minaccia essi costituiscano e cosa è necessario fare per evitare i danni derivanti da un loro attacco.

    Ma se i Trojan tradizionali non sono quasi più in grado di sorprendere gli utenti, gli attacchi condotti tramite IoT continuano a mantenere l’effetto sorpresa ed è per questo che tali dispositivi possono essere definiti come i cavalli di Troia dei nostri tempi. Un dato del 2017 attesta addirittura che gli attacchi IoT siano cresciuti del 600%.

    Per quale motivo allora i dispositivi non vengono resi più sicuri? Ne parliamo Chiara Ornigotti, Senior Sales Manager South Europe di Paessler.

    Innanzitutto, secondo Ornigotti, perché in fase di progettazione la sicurezza non rappresenta il focus principale. Non è certo un segreto che nessuno acquisti un dispositivo IoT perché si tratta di uno strumento tecnologico sicuro: lo si compra perché si è conquistati dalle sue funzioni futuristiche e perché fa apparire certe “cose” più intelligenti.

    Il frigorifero intelligente o la lampada IoT non hanno reinventato il frigorifero o la lampada di per sé, ma irradiano certamente il fascino dell’innovazione. Questo è il motivo per cui i dispositivi IoT sono costruiti ed è per questo che vengono acquistati. Naturalmente simili considerazioni non valgono per le soluzioni industriali, anche se permangono alcuni parallelismi.

    Gli studi sull’utente, in fase di progettazione, arriveranno sempre alla conclusione che quello dell’IoT è un nuovo e interessante mercato e che l’utente medio è portato a cercare più la novità o l’utilità piuttosto che la sicurezza (che continua pertanto a restare un aspetto trascurabile).

    Chiara Ornigotti, Senior Sales Manager South Europe di Paessler

    In secondo luogo, rileva Ornigotti, un aumento della sicurezza intrinseca di questi dispositivi corrisponderebbe in modo inevitabile a un aumento dei prezzi. I dispositivi IoT sono divenuti una vera e propria attrazione per il mercato grazie al fatto di essere un bene sempre più economico che è alla portata di tutti. Il costo medio dei sensori IoT sta progressivamente crollando e nel 2020 si aggirerà intorno a 0,38 dollari. Anche i costruttori di apparati IIoT specializzati si sfidano a colpi di concorrenza spietata. Investire risorse nello sviluppo di migliori funzionalità di sicurezza è diventato, dunque, controproducente.

    A parte ciò, l’unica cosa certa è che i dispositivi IoT non possono essere totalmente monitorati. Per quanto si faccia, un margine di incertezza dal punto di vista della sicurezza rimane.

    E anche quando il dispositivo è stato implementato dal dipartimento IT, le tradizionali misure di sicurezza, come ad esempio i firewall, non funzionano. In estrema sintesi, i dispositivi IoT possono essere controllati dal team IT in misura limitata perché operano al di fuori dei loro sistemi chiusi.

    Tre cose da fare per mettere in sicurezza i dispositivi IoT

    Sebbene non sia pensabile poter garantire una protezione totale, vale comunque la pena fare alcune considerazioni e mettere in pratica una serie di accorgimenti che consentano all’utente di avvicinarsi al massimo della sicurezza che è possibile ottenere dai dispositivi IoT.

    Ordinare i dati da proteggere per importanza

    Quando si parla di sicurezza delle informazioni, è fondamentale classificare i dati in base alla loro rilevanza e preoccuparsi di proteggere quelli più importanti – ad esempio, i dati memorizzati sul dispositivo e usati dalle app – piuttosto che voler tentare a tutti i costi di proteggere l’intero sistema. Per mettere al sicuro i dati importanti non è necessario fare il backup dell’intero dispositivo IoT, ma è sufficiente disporre di un’area separata – o container – in cui memorizzare tali dati. Per proteggere i dati provenienti dai dispositivi IoT, molte aziende guarderanno in prima istanza al cloud. Non appena, però, un dispositivo IoT mobile comincia a contenere dati sensibili, ad esempio l’ID del device o token per i pagamenti, esso diviene un obiettivo appetibile per gli hacker. Se i sistemi IoT sono gestiti da un portale di amministrazione centrale e questo viene disattivato, non sarà tuttavia più possibile rintracciare per tempo gli attacchi ai singoli dispositivi.

    Archiviare in un’area sicura

    Essendo i dispositivi IoT prevalentemente mobili, è molto difficile impedire alle applicazioni pericolose di comunicare con essi. Uno dei modi per evitare che ciò accada consiste nel memorizzare l’ID del dispositivo in un’area sicura. In quest’area sarà poi possibile definire chi è autorizzato a comunicare con il dispositivo, collegando l’accesso all’ID del device a credenziali sicure (ad esempio, identificatori biometrici o Pin). Le credenziali potranno a questo punto essere assegnate a individui e organizzazioni specifiche ed essere protette localmente in un’area sicura.

    Prestare attenzione ai segnali secondari che rivelano un attacco

    Neanche il monitoraggio più sofisticato può captare direttamente se un dispositivo IoT sia diventato il gateway di un certo attacco. Ci sono, tuttavia, degli effetti che possono essere invece ampiamente monitorati.

    Come detto, un dispositivo IoT normalmente diventa parte di una rete. Per questo un tool di monitoraggio, come PRTG Network Monitor di Paessler, può, mediante un distributore di rete, vedere se su una specifica porta si stia verificando un traffico dati insolitamente elevato. Può anche capire, mediante il pattern recognition, se nella rete si stia muovendo del traffico anomalo, rilevando, ad esempio, se due dispositivi cominciano improvvisamente a comunicare tra loro. In caso di rilevamento di simili anomalie, è possibile stabilire che il sistema di monitoraggio invii all’amministratore di sistema un avviso che consentirà una rapida individuazione del dispositivo attaccato e, di conseguenza, una rapida circoscrizione e risoluzione dell’attacco stesso.

    Memorizziamo l’immagine del cavallo di Troia: guerreggiare per dieci anni senza vincere è senza dubbio irritante. Ancora peggio è perdere la guerra perché non si è prestata la dovuta attenzione al contenuto di un apparentemente innocuo cavallo di legno.

    Ovviamente siamo ancora agli albori della sicurezza IoT e tante sono le evoluzioni cui assisteremo nel corso dei prossimi anni, ma speriamo non sia necessaria un’odissea di decenni prima che la sicurezza degli ambienti IT entri stabilmente nella mente degli addetti ai lavori.

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  • Fri, 19 Apr 2019 06:02:49 +0000: Malware, le questioni aperte della sicurezza mobile - 01net

    Il traffico mobile sta diventando la prima autostrada di attacco ai dispositivi aziendali tramite malware. La proliferazione di smartphone e tablet personali, espone l’azienda a maggiori rischi. Ma diversamente da violazioni di credenziali o carte di credito aziendali, ci sono altri rischi che le organizzazioni devono considerare. Il primo è il costo delle violazioni, il danno potenziale a reputazione del proprio marchio e la potenziale perdita di vantaggio competitivo, nel caso di proprietà intellettuale diventata di dominio pubblico.

    I dispositivi mobile possono essere uno dei principali vettori o cause, in quanto le reti alle quali si connettono e le applicazioni che eseguono, possono essere sfruttate per rubare informazioni sensibili come documenti, calendario appuntamenti, messaggi e-mail, testi e allegati. Inoltre, tramite applicazioni contenenti codice malevolo, si è in grado di attivare il microfono registrando eventuali conversazioni ed avviare la fotocamera catturando momenti live del malcapitato, nonchè tracciare gli spostamenti tramite il GPS integrato.

    Abbiamo analizzato il fenomeno ponendo quattro questioni a Pierluigi Torriani, Security Engineering Manager Italy di Check Point Software Technologies.

    ierluigi Torriani, Security Engineering Manager Italy di Check Point Software Technologies

    Di fronte all’incremento di malware mobile quali sono le linee guida per un responsabile della sicurezza?

    È necessario un cambio mentale, in quanto il 59% degli esperti IT non utilizza sistemi di protezione per i dispositivi mobile, e solo il 9% li considera un rischio significativo di infezione e veicolo per l’accesso in azienda. Inoltre, non avendo strumenti di difesa adeguati ci si trova nella situazione in cui avere visibilità dell’infezione stessa diventa molto difficile. La prima e unica linea guida che Check Point Software Technologies suggerisce è di pensare e gestire i dispositivi mobile come qualsiasi altro asset aziendale IT di cui avere cura dal punto di vista della sicurezza, approcciandosi con delle soluzioni come SandBlast Mobile per mantenere il massimo livello di protezione e garanzia sulla sicurezza.

    In tema di malware, perché dominano i cryptominer?

    Ci sono diverse ragioni che hanno causato l’incremento di criptomining e il decremento di attacchi di tipo ransomware:
    La prima, poche vittime pagano il riscatto nonostante l’alto tasso di infezioni degli attacchi su larga scala dei ransomware come WannaCry, ad esempio: l’attacco ha fruttato solo $140000, contro un danno generato di enormi dimensioni. Nonostante questo possa sembrare molto, in realtà è un piccolo tasso di pagamento considerando che oltre 400.000 computer sono stati infettati.
    La seconda: la volatilità dei tassi di criptovaluta ha un peso importantissimo. Infatti, quando il pagamento del riscatto richiesto è in Bitcoin, è fondamentale che la valuta digitale abbia un tasso di cambio favorevole al dollaro. Questo significa che il tasso da pagare deve essere ottimale, non eccessivo tale per cui la vittima non pagherà, e nemmeno troppo basso da renderlo non redditizio per l’attaccante. Inoltre, nonostante il Bitcoin sia ancora una moneta preziosa, il crollo iniziato a partire dalla metà del 2017, rende i pagamenti di riscatto molto meno allettanti quando vengono pagati.
    La terza: il malware Cryptojacking è più subdolo. Il ransomware è altamente visibile e attiva allarmi o segnali all’interno di un’organizzazione indiscutibilmente chiari. I cryptominer sono furtivi, non attivano avvisi o allarmi e spesso la loro presenza è sconosciuta, il che consente all’autore dell’attacco di dirottare il loro obiettivo per generare reddito per tutto il tempo che desiderano, totalmente all’insaputa delle loro vittime.
    Per i motivi sopra, gli attori delle minacce sono diventati più creativi, inventandosi delle tecniche di offuscazione ed ingannevoli sempre più complesse e difficili da identificare.

    Le botnet sono in crescita. A chi spettano le contromisure?

    Le botnet sono in continua crescita in quanto permettono di generare attacchi di svariate tipologie. Attacchi DDoS, spam e propagazione di virus sono i compiti principali delle botnet; a questo si aggiunge la capacità di infettare in modo trasversale dispositivi IT, OT/Industriali, videocamere e oggetti smart home. Le contromisure impongono di utilizzare un approccio di prevenzione dell’infezione, tramite strumenti che permettono di individuare e bloccare l’infezione prima che essa entri in azienda. Nel momento in cui l’infezione sia già entrata in azienda sfruttando un canale non protetto, si devono utilizzare strumenti chiamati di “Post-Infection” tali da permettere di limitare i danni. La sicurezza va pensata a 360° in quanto gli oggetti potenziali vittime sono molteplici, e di svariata tipologia ed utilizzo.

    Sandbox: perché pare non bastino più?

    Le sandbox in alcuni casi, come citato precedentemente per i Cryptominer, non sono abbastanza in quanto le loro evoluzioni sono estremamente alte, e sono in grado di sfruttare vulnerabilità di alto livello, passando inosservati anche dalle Sandbox.

    La strategia da utilizzare è di monitorare tutti gli ecosistemi, mobile, cloud, rete e sfruttare in tempo reale l’intelligenza delle minacce da una piattaforma di intelligence condivisa ed unificata, tale per cui in modo dinamico, vengono applicate delle politiche di sicurezza specifiche. Tutto questo va nella direzione di un ambiente di prevenzione delle minacce multi-livello unificato e avanzato, includendo tecnologie di Sandbox a livello CPU e non Sandbox tradizionali, soluzioni di estrazione delle minacce da documenti, moduli anti-phishing ed anti-ransomware per difendersi da attacchi “zero-day”.

    Per proteggersi da exploit del sistema operativo, si richiede l’uso sia di analisi statica, che di tecniche di analisi dinamica; ma anche il controllo accesso a livello root di un dispositivo mobile e l’uso di un motore di analisi comportamentale per rilevare comportamenti imprevisti del sistema. Inoltre, la prevenzione contro malware propagati tramite app false, dovrebbe includere una soluzione che acquisisce le app mentre vengono scaricate e le esegue in una “sandbox” virtuale con lo scopo di analizzarne il comportamento. Il tutto gestito con un approccio di aggregazione e correlazione delle informazioni tale da poter categorizzare in modo preciso l’applicazione.

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  • Thu, 18 Apr 2019 12:34:00 +0000: La spesa It globale crescerà solamente dell’1,1% nel 2019 - 01net

    La spesa It mondiale prevista per il 2019 è, in totale, di 3.790 miliardi di dollari. Con un incremento dell’1,1% rispetto al 2018, secondo le ultime previsioni della società di ricerca e consulenza Gartner. Previsioni che sono state riviste al ribasso.

    John-David Lovelock, research vice president di Gartner, sottolinea che le turbolenze valutarie alimentate dal rafforzamento del dollaro USA hanno indotto la società di analisi a rivedere al ribasso le sue previsioni sulle spese It per il 2019. Rispetto alle previsioni comunicate nel trimestre precedente.

    Per il resto del 2019 Lovelock si aspetta che il dollaro USA si rafforzi. Pur persistendo un’enorme volatilità a causa degli incerti scenari economici e politici e delle guerre commerciali.

    Nel 2019, secondo Gartner, i product manager tecnologici dovranno diventare più strategici sul mix del loro portafoglio. Bilanciando i prodotti e servizi che segneranno una crescita nel 2019 con quei mercati che tenderanno verso il basso. I product manager di successo nel 2020 saranno quelli che avranno avuto una visione a lungo termine, sottolinea Lovelock.

    Spesa It: data center in calo

    Il segmento dei sistemi di data center subirà il maggior calo nel 2019, con una diminuzione del 2,8%. Ciò è dovuto principalmente agli average selling price (ASP) più bassi, previsti nel mercato dei server. Questi sono determinati dalle rettifiche nel modello dei costi previsti dei componenti.

    Spesa IT GartnerLo shift della spesa It aziendale dalle offerte tradizionali (non cloud) alle nuove alternative basate su cloud continua a stimolare la crescita nel mercato del software enterprise. Nel 2019, Gartner prevede che il mercato raggiungerà 427 miliardi di dollari, in crescita del 7,1% rispetto ai 399 miliardi di dollari del 2018. Il più grande shift nel cloud si è finora verificato nel software applicativo.

    Tuttavia, Gartner prevede una crescita maggiore nel segmento del software di infrastruttura nel breve termine. In particolare nei segmenti di integration platform as a service (iPaaS) e application platform as a service (aPaaS).

    Le scelte che i Cio fanno sugli investimenti tecnologici sono essenziali per il successo del business digitale, sottolinea ancora Lovelock. Le tecnologie emergenti dirompenti, come l’intelligenza artificiale, ridisegneranno i modelli di business così come gli aspetti  economici delle imprese pubbliche e private.

    L’intelligenza artificiale sta avendo un forte impatto sulla spesa It, anche se il suo ruolo è spesso frainteso, ha affermato Lovelock. L’intelligenza artificiale, prosegue l’analista, non è un prodotto, ma in realtà un set di tecniche o una disciplina di ingegneria informatica. In quanto tale, l’intelligenza artificiale viene incorporata in molti prodotti e servizi esistenti. Oltre ad essere centrale per i nuovi sforzi di sviluppo in ogni settore industriale.

    In base alle previsioni di Gartner sul business value per l’intelligenza artificiale, le organizzazioni riceveranno 1.900 miliardi di dollari di benefici dall’uso dell’intelligenza artificiale solo quest’anno.

    Maggiori informazioni sono disponibili sul sito Gartner, a questo link.

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